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Duecento anni fa la prima ascensione alla Vincent

L’impresa ricordata e celebrata a più voci sabato scorso durante un convegno tenuto in Casa Turcotti

Platea davvero numerosa a Casa Turcotti, per le celebrazioni del 200° anniversario della prima ascensione alla Punta Vincent sul Monte Rosa valsesiano.
A partire dal primo pomeriggio una serie di ospiti si è alternata con interventi e proiezioni per ricordare la prima volta in cui una cordata alpinistica è salita sulla montagna, di fatto conquistandola, nel lontano 1819.
«Sono molto felice di essere qui con voi oggi» ha detto Marinella Mazzone Turcotti introducendo l’evento. «Tenevo tanto a celebrare questa ricorrenza, ringrazio tutti coloro che mi hanno aiutato nell’organizzazione, Gianluigi Avondo che mi ha dato una mano, il Cai di Varallo e il Cai di Borgosesia, il Centro Studi Zeisciu, tutti gli intervenuti e i tanti amici che hanno voluto portare la loro testimonianza».
«Oggi è una giornata molto particolare» ha sottolineato Silvio Aprile, della sottosezione Cai di Borgosesia . «E’ una fortunata occasione per ricordare un momento importante della storia delle nostre valli, e vedere così tanto pubblico mi fa davvero tanto piacere. La parete valsesiana del Rosa ha rappresentato una vera accademia, una scuola per l’alpinismo non solo delle nostre zone, ma per tutto l’arco delle montagne».
L’evento è stato idealmente diviso in due parti: la prima, dedicata alla presentazione del libro «Monte Rosa Valsesiano» con l’autore Massimo Beltrame; la seconda, interamente dedicata al ricordo della salita alla Punta Vincent.
Massimo Beltrame è stato intervistato da Luigi Capra, storico ed esperto di letteratura di montagna, che ha domandato all’autore per quale motivo avesse deciso di scrivere questo volume.
«Il libro parla delle vie della montagna e dei suoi personaggi, dei rifugi e delle capanne e delle vicende legate alle loro edificazioni. In un certo senso, è una storia di tante storie» ha raccontato Beltrame. «Io abito a Milano, e dal balcone di casa mia si vede il monte Rosa; l’ho sempre guardato con curiosità e fascino. L’idea del libro mi è venuta in realtà leggendo un volume sul monte Bianco: su questa montagna è stato scritto tanto, mentre le vie del Rosa erano meno considerate e approfondite. Da qui ho pensato di scrivere un libro sulle storie e le avventure che questa montagna ci regala, raccontando i suoi protagonisti, cito per esempio i fratelli Gugliermina e Giovanni Turcotti, che ci hanno lasciato scritti incredibili sulle loro scalate, da cui traspare l’emozione provata salendo in cima, e che il lettore prova in diretta durante la lettura».
Luigi Capra ha poi affrontato con Beltrame il tema di come sia visto al giorno d’oggi l’alpinismo sul Rosa. «Nonostante sia sotto gli occhi di tutti, la parete valsesiana del Rosa è poco conosciuta e poco praticata, perché è difficile» ha risposto Beltrame. «Non è una montagna “moderna”. Oggi siamo più interessati alla performance in sé, chiaramente non è più lo stesso alpinismo di 200 anni fa, e il Rosa è una montagna selvaggia, rimasta come lo era quando si sono tentate le prime scalate. Spero che il mio libro serva a farla conoscere e amare».
Terminata la presentazione del volume, a portare la sua testimonianza è stata Carolina Gasparini, discendente di don Giovanni Gnifetti, sacerdote e amante della montagna, al quale sono dedicati l’omonimo rifugio e la Punta che porta il suo cognome: «La storia del Monte Rosa fa parte della mia famiglia. Don Giovanni amava la montagna, tentò per tre volte di raggiungere la vetta, e ci riuscì al quarto tentativo. Considerava la salita alla cima coma una sfida con i propri limiti, e un modo per superarli. Nei suoi diari racconta di come vedesse nei monti l’impronta di Dio: stare sulle vette era per lui il modo migliore di sentire il Signore e sentirsi vicino al cielo. Vedeva l’alpinismo non come una prestazione, ma come vita ed emozione».
Si è passati poi al vero cuore della giornata, i ricordi della prima salita alla Vincent.
Il primo intervento è stato a cura di Riccardo Cerri, geologo e storico, che ha presentato una relazione e una serie di immagini che raccontavano di Jean Nicolas Vincent e Joseph Zumstein, a cui si deve la conquista della vetta: «I preparativi per l’impresa sono iniziati su idea di Zumstein» ha detto Cerri «che coinvolse l’amico Vincent nel suo progetto. Si procurarono il materiale adatto a Torino, insieme a una serie di strumenti scientifici per raccogliere dati, e già all’inizio dell’estate del 1819 erano attrezzati per partire. Alla fine del mese di luglio erano pronti per affrontare l’impresa».
Come raccontato da Cerri, Jean – Nicolas Vincent partì all’alba del 5 agosto accompagnato da due suoi operai e da Jean Jacques Castell, cacciatore di camosci e guida, portando con sé materiale da arrampicata e dei pezzi di legno per costruire una croce da piantare in cima.
Non senza difficoltà e rischi, la comitiva attraversò la piana totalmente coperta di neve, superando la scarpata basale, fino a che, a 4.215 metri, Vincent toccò la vetta, alle 11 del mattino del 5 agosto 1819.
«La notizia si diffuse rapidamente attorno al 10 di agosto» ha continuato Cerri, « mentre Vincent e Zumstein risalirono in vetta nella giornata del 12 agosto, tagliando con l’ascia nella neve più di 600 gradini e affrontando i primi segnali del mal di montagna. Dalla cima, Zumstein si accorse che ce n’erano altre più elevate, e questo lo spinse alla decisione di continuare nell’esplorazione delle vette, anche con l’obiettivo di raccogliere dati scientifici».
A Zumstein si deve la prima raccolta toponomastica del Rosa, mentre i suoi scritti dare un nome alle vette che oggi tutti conosciamo.
Molto emozionante la testimonianza portata da Mauro Gugliermina, nipote dei fratelli Gugliermina, che salirono sulla Vincent il 26 e 27 luglio del 1892, quando avevano solo 17 e 19 anni.
«I fratelli Gugliermina erano al loro primo Quattromila» ha spiegato Mauro. «Era la loro prima esperienza alpinistica, erano due ragazzi giovanissimi, e per l’impresa furono accompagnati da Giovanni Gilardi, delle guide di Alagna, e da un portatore, il signor Comola. Nonostante la giovane età, avevano grandi conoscenze geografiche e naturalistiche, ma non potevano salire da soli, ecco perché hanno richiesto l’aiuto di esperti».
Tutte queste notizie sono riportate in una pagina di diario, letta da Mauro Gugliermina e scritta dai due fratelli, che il nipote ha trovato durante le sue ricerche sulla famiglia: «La pagina è stata scritta in cima alla Vincent, quindi è una testimonianza più che diretta. E’ come se gli autori fossero qui con noi a leggerla».
E’ seguito il racconto di una salita più recente, narrata da Lorenzo Zaninetti, che nel 1968 affrontò per la prima volta nella sua vita la parete nord-est, insieme a Giovanni Turcotti: «Eravamo partiti con l’idea di raccogliere dati scientifici e osservare delle rocce, che in quella zona sono molto particolari» ha detto Zaninetti. «Ricordo che c’era molto ghiaccio e la via non era sicura; io ero parecchio preoccupato, ma Giovanni, con il suo spirito avventuroso, mi ha convinto a proseguire. Alla fine siamo arrivati in vetta, dove era tutto coperto da neve, e vi assicuro che ne è valsa davvero la pena».
Della sua prima invernale e dell’invernale in solitaria ha parlato Carlo Raiteri, che nel 1978, appoggiando un’idea di Tullio Vidoni, ha affrontato il percorso nel mese di gennaio, ripetendosi qualche anno dopo, il 26 dicembre, stavolta in solitaria. L’intervento è stato sottolineato dalla proiezioni di alcune immagini scattate dallo stesso Raiteri.
Da ultima, la testimonianza di Luciano Bonato e della sua salita alla Vincent nel 1987, con Alfio Rinaldi.
Il pomeriggio si è concluso con altre brevi testimonianze e scambio di aneddoti, al termine di una bella giornata di ricordo e celebrazione.

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